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"Manca un colore" - Roberta Deiana, foodsylist
Di Maricler (del 08/03/2010 @ 08:46:01, in Mangiapane, linkato 522 volte)
     
 

Vi presento la prima Mangiapane del blog: Roberta Deiana è nata a Cagliari ma vive e lavora a Milano. Laureata in lingue e letterature straniere, si divide quasi equamente tra libri, food styling e blog. Ha collaborato con Grazia ed Elle, ha pubblicato In cucina con la maga delle spezie (Il Leone verde editore) ed è già pronto per Bietti un Piccolo ricettario per cuochi perdigiorno, una settantina di ricette umoristiche scritte in uno stile che va dal noir alla recensione di un'opera d'arte. Tra un caffè e una torta al limone, sedute alla Botega di corso Garibaldi, scorre una chiacchera sul mondo del foodstylism.

Quando guardiamo la fotografia di un piatto, pensiamo tutti che a farla sia stato un fotografo. Ma quella foto quasi certamente è nata sotto le mani di un foodstylist. Quindi tu saresti una “stilista del cibo”?
Guarda, in Italia non esiste un esatto corrispettivo di “foodstylist”: fino a qualche tempo fa si usava home-economist, che all’inizio mi sembrava una pessima traduzione e che al mio orecchio suonava come “massaia”. Home-economist è utilizzato normalmente in America, ma almeno io preferisco utilizzare foodstylist, perché mi piace evidenziare l’aspetto estetico del termine.

Se cerchi “foodstylist” in google nelle pagine italiane, ottieni un risultato sconfortante. Di cosa ti occupi, in concreto?
Il foodstylist si occupa di sviluppare le ricette, monta il cibo, lo impiatta, e non lo fotografa . Oltre alla componente estetica, c’è anche quella culinaria.

Quindi il foodstylist deve conoscere bene la cucina oltre alla fotografia?
Nel lavoro di foodstylist c’è anche della ricerca di cucina,  io spesso scrivo le ricette, non mi limito a mettere trucco e parrucco sui cibi.

In pratica cucini il piatto che verrà fotografato, e lo impiatti. Scegli tu stessa gli oggetti con cui si allestisce il set?
No, quelle sono le figure dello stylist o dell’art buyer, quelli che cercano materialmente i piatti, le posate, le tovaglie. Un lavoraccio. All’estero si chiama anche prop stylist. Fatto sta che dietro a una foto ci sono quindi almeno 3 persone, l’art buyer, il foodstylist e il fotografo.

Parliamo di te, della foodstylist. Come inizia la tua giornata di lavoro?
Prima di tutto faccio la spesa. Solitamente mi servo dei supermercati, dove trovo quasi tutto senza problemi. Fatta la spesa, vado in studio e decido col fotografo in che ordine lavorare, cosa cucinare prima e cosa dopo.

Quante ricette prepari, in media?
Solitamente, lavoriamo sulle 5-6 ricette al giorno. Per un servizio occorrono due-tre giorni di lavoro, più tutta l’ideazione, dalla stesura del progetto alla sua proposta alla redazione.

Bene, il piatto è pronto, ora cosa succede?
Monto il piatto e lo porto sul set preparato da stylist e fotografo. Il fotografo scatta quindi la foto, più o meno velocemente a seconda della deperibilità dell’ingrediente. Tocca a me sapere come gestire i vari alimenti, conoscerne la chimica e sapere in quanto perdono vitalità, in modo da avvisare il fotografo. La carne, ad esempio, perde colore e vitalità molto velocemente.

Sei tu la principale responsabile dell’aspetto del cibo, quindi.
Tutti i foodsylist cucinano loro il cibo col quale monteranno il piatto. É l’unico modo col quale riesci a essere concentrato sia sui dettagli che sull’effetto finale.

Ma chi decide che foto fare, i colori, i dettagli? Chi vince fra una foodstylist e un fotografo?
In generale si lavora insieme al fotografo in tandem. Ragioniamo su cosa vogliamo ottenere.

Alla fine chi ha l’ultima parola?
A monte ci sono le direttive del committente, non strettissime, tipo “qualcosa di classico”, “di design”, in modo che il cibo rispecchi quell’idea. Può anche capitare il contrario, ossia che sia io a proporre l’idea al committente.

Non c’è attrito fra primedonne, fra fotografo e foodstylist?
Io lavoro bene col fotografo  perché non considero lo styling un’appendice di me stessa, e se il fotografo mi dice “ma secondo me è meglio così” io non ho problemi a farlo. Sono abbastanza pacifica.

Fatto il lavoro, si aspetta la pubblicazione. Hai mai avuto sorprese guardando la tua foto stampata?
Sull’esito finale delle foto non hai il controllo. Quello che scatti è diverso da quello che pubblicano, possono capitare tagli. Insomma, non hai il controllo che può avere un foodblogger...

Il blog è un hobby, qui parliamo di lavoro! Tu lavori per riviste, che tipo di contratto può aspettarsi un foddstylist in Italia?
In Italia si parla di libera professione. Devi cercare il tuo contratto volta per volta, non solo devi conquistare ogni cliente ma ogni lavoro, ogni servizio che pubblichi. Gli unici ad avere un contratto di assunzione sono quelli che fanno pubblicità per le aziende.

Una vitaccia. Chi te l’ha fatto fare?
Ho scoperto che esisteva questa professione chiaccherando con amici. Io ho puntato subito sul foodstyling, scartando le foto.

Non esistono scuole, corsi professionali?
In America, qui no. L’unico modo in Italia è quello vecchio stile, cioè fare l’assistente, andare a bottega. Io ho fatto l’assistente per due anni per Alessandra Avallone. Ci ha legate la stessa visione del cibo, prima estetica e poi gastronomica.

Prima di cercare la propria bottega, cosa occorre per diventare un’ottima foodstylist?
Bisogna saper cucinare, magari aver viaggiato, avere una buona cultura e una forte predisposizione estetica. Serve una cultura gastronomica a 360°.

Come si scopre la propria predisposizione estetica?
Ho sempre cucinato non pensando “Manca un sapore” ma “Manca un colore”. Ho sempre cucinato con gli occhi, anche se sono una buona forchetta.

Più senso estetico o più capacità in cucina?
Io cucino molto a braccio, invento molto, altra caratteristica che mi serve molto nel mestiere.

I tuoi ferri del mestiere?
Valigetta con vari attrezzi che variano da stylist a stylist. Siringhe, cotton-fioc (per pulire i bordi del piatto), stecchini lunghi, spilli, scavini, zester, righello, mezzo cucchiaio per fare le quenelle. Perché le cucine sono attrezzate ma non così tanto, e poi non sai mai...

Oltre che foodstylist sei anche blogger. Il tuo però non è un blog di una foodstylist.
Non proprio. Ho un’anima da scrittrice, mi piace fare dello spirito fuori luogo, e mi piaceva l’idea di scribacchiare appunti, curiosità, note. E al tempo stesso avere un posto dove pubblicare i miei lavori, scambiare idee.

Che altri blog segui?
Quelli sulla mia blogroll, anzi ne mancano un po’. Sono blog di gran livello, anche se un conto è scattare una foto nella propria cucina col proprio cibo e coi proprio attrezzi, coi propri tempi e senza scadenze. Altro è fare styling in uno studio con ritmi e modalità diverse.

Il blog può essere il primo passo verso la professione?
Penso che il passaggio non sia così lungo tra le due cose, visto anche l’ottimo livello che vedo in giro.

Veramente qualche “professionista” ha già attinto alle risorse dei blog.
Ho visto. Molti hanno avuto il problema del furto dei contenuti, persino da fonti da cui uno pensa di potersi fidare, quindi capisco che a uno passi anche la voglia di scattare foto impegnandosi così tanto se poi queste vengono rubate.

Foodstylist, scrittrice e blogger. La prossima avventura di Roberta Deiana?
“La cucina con gli oli essenziali”. Gli oli essenziali arrotondano le punte dei sapori, io i cibi me li vedo, ho associazioni visive col cibo. Ho contattato Tecniche Nuove, ho proposto l’idea e è piaciuta. Sarà in edicola in allegato con Cucina Naturale di aprile.

Una ricettina, prima di salutarci?
Ricettina con lo zenzero: lo frullo con l’olio, molto zenzero e poco olio, in modo che venga una cremina densa, con cui condire la minestra e qualsiasi cibo commestibile. Un motivo per vivere.


 
     
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