|
|
Si festeggia il mio compleanno! Che cadeva di sabato, ma visto che di sabato l'Alkimia di Jordi Vilà è chiuso, facciamo finta di niente e passiamo a lunedì. A due passi dalla Sagrada Familia, in un contesto poco elegante, fra ristoranti cinesi e bar di quartiere, anzi, bar di paese, si infila questo ristorante da stella Michelin. Anche Aimo, a Milano, vive ai bordi di periferia, ma là a Barcellona c'è vera trasandatezza. Il locale all'interno invece è davvero bello. Minimale, ha però concretezza e attenzioni che a casa nostra farebbero un gran bene a pari grado italiani. Sedie comode, colori, arredi semplici di design, ma non aggressivi. Il posto moderno dove mangiare stando su di tono, con leggerezza. Siamo ancora sulla porta, imbrunisce, entriamo.
Siamo appena entrati, e stranamente dei quattro camerieri solo uno parla inglese. Gli altri nemmeno i fondamentali, nemmeno i du iu spic inglisc... Eppure la sala era piena anche in un lunedì qualsiasi di un maggio qualsiasi, e di trenta coperti, almeno un terzo eravamo stranieri. Magari stranieri colti, mica come noi, anche se i giapponesi lì in fondo giurerei che lo spagnolo non lo parlavano. Fa niente, ci tocca il cameriere poliglotta e simpatico, e tra inglese e spagnolo (e forte del mio sardo) mettiamo insieme gli ingredienti della serata. Nemmeno ci proviamo ad avventurarci alla carta, e proviamo un impegnativo gran menù degustazione.

La comida Ci accolgono grissini con sopressada, olive e focaccia calda. E uno shot di acqua di pomodoro, su cui sta in sospensione un'emulsione di olio e bricole croccanti di pane. E chorizo, l'amato chorizo a fare da tapas... Vabbe', buono. Ma siamo un po' sgomenti dalla fettina di polpo su una bellissima salsa viola, di cui non ricordo le generalità (rapa?). Né il sapore, del polpo e della salsa. Coraggio, si tratta solo di un altro pensierino prima delle portate vere, che affondano il colpo con una composizione di sardine marinate, pomodorini, ciliegie e gelato di gazpacho. Il gelato gelido, il croccante di pane tostato sbriciolato e intriso d'olio a far da fondo, per accontentare la tecnica. Rimane in testa invece l'accoppiamento cieligie - sardine, il dolce e l'acido, fresco. Che meraviglia.
Bei piatti, servizio agile e sorridente. Un bel pane alle noci per dimenticarmi quello che per Maricler è stato forse il piatto della serata. Un'ostrica, con coucous di cavolfiore, nero di seppia e non ricordo cosa. Bellissimi i colori, e a quanto pare eccellente il sapore. Me la sono sparata tutta intera, con il suo cavolfiore piccantino. Buona, mi fido, e devo risolvere qualche problema con le consistenze dei frutti di mare crudi...
Un bonbon d'uovo sul classico pane e pomodori, circondato da verdure appena passate al vapore. Sopra e sotto l'uovo, un morsicino di sobrassada(salame stagionato con curry). L'uovo è liquido, ma circondato da una corazza tonda di albume e tuorlo mescolati e cotti insieme. Una specie di uovo in camicia grosso e concreto, in bell'accoppiamento con il salume e con il pane. A chi non piace pane e uovo?
Siamo molto provati, ci aiuta qualche minuto di attesa per i secondi. La carne, il maiale. Su un purè di patate, funghi (forse porcini?) e una base bianca che non mi torna in mente, stava la tegolina di "y panceta". Che azzarderei essere la nostra pancetta, no? Maiale, comunque, ottimo, morbido, saporito e non salato. Bastava lui da solo, il resto faceva da accompagnamento. Lo stesso vale per il pesce che segue, compatto, bianco, freschissimo, seduto su una passata di zucca e un "crremosssooo" al burro e pistacchi. Ancora una volta colori e presentazione luccicanti, per sapori equilibrati, pieni, discreti. Discreti nel senso di morigerati, non di poveri...
Chiediamo quanto ancora ci ingrasseranno, e promettono un'altra carne e solo due dolci. Ce la possiamo fare. La carne è un semplice e commovente trancetto di agnello al forno, sul suo fondo di cottura liquido delicato. A parte, una prugna secca con un frutto secco al posto del nocciolo, e una galletta al timo con una sferizzazione di formaggio e spuma di nonsocché. Il momento concettuale, e buono, della serata. Grazie all'agnello, soprattutto.
Dolci! Uno così così, con fragole (tante, troppe), granella di biscotto al cacao, gelato "de leche" e un infuso di liquirizia. C'é tutto no? Dolce, acido, freddo, molle, croccante. Sulla carta funziona, in realtà è slegato, nebbioso... Fa niente, ci rifacciamo con uno strepitoso babà al caffè, in una zuppetta di succo di mandarino e brandy, e cioccolato bianco in fondo. Babà per modo di dire, ma ancora una volta il caffé nella pasta l'ammorbidiva, la profumava, lasciandole identità di prodotto da forno. Eccezionale.
Caffé orribile in tazza di metallo. Lo accompagna però un ciuppa ciuppa di cioccolato e cuore freddo di frutti rossi, una sfoglia di cioccolato al curry, una madelaine al limone e un bacio di dama con fragola. E un bicchierino con gelatina di caffé, gelatina alla menta e spumoso al cocco.
Ce ne andiamo col sorriso a sessantotto denti, e scrutiamo la sala piena e vociante. Si va dal ragazzino di diciassette-vent'anni, all'americano sessantenne, al gourmet locale che discetta dei migliori ristoranti del sud della Francia. Porzioni precise nel degustazione, abbondanti quelle in carta. Bagni discreti. Prezzi onesti. 68 euro la nostra soluzione, 57 una più ridotta, sui 70 alla carta.
|
|
|
|
Questi qua saltano dal pesce alla carne con una leggerezza commovente. E al di là delle idee, degli abbinamenti, che ci sono, coltivano il rispetto per le cotture. Il pesce è fresco, e la cottura lo rispetta lasciandogli i liquidi che servono al gusto e alla consistenza, privandolo di quelli che lo avrebbero reso viscido. Le carni arrivano ben cotte, anche molto cotte, ma piene del loro grasso e morbide. Pensando all'agnello ci è tornato in mente il fondo di cottura dove annegava l'agnellino del Magorabin, povera bestia (l'agnello). Ci vuole tanto? Una sala sul bianco e sul nero, curata per il comfort e per il cibo. Pensiamo a Cavallaro, che per qualità della cucina è simile, diverso ma simile, e rientra in quella fascia di prezzo. Ma per dirne una, all'Alkimia su ogni posto è puntato uno spot, una luce bianca, intensa e non fastidiosa, che esalta i colori delle preparazioni. Da Cavallaro i colori dei piatti sono ricercati, curati, ma devono fare a botte con la parete verde e la luce fioca fioca. E sì che restano buonissimi, ma insomma perché dovete toglierci un po' di incanto, già alla vista?
Se uno vuole fare il prezioso, ci sono i camerieri che non parlano inglese, e una certa inclinazione all'accademia. Il croccante con il tenero, il gioco di temperature su ogni piatto. Niente di male, se si rispettano sapori e accoppiamenti. Perciò, niente di male. Il cuore, il centro delle preparazioni risalta sugli orpelli, che accompagnano e al più amplificano l'esperienza. Il pesce insomma è buono, la carne pure, le cotture precise. Il resto sta nella creatività e nell'invenzione, che per fortuna all'Alkimia funzionano bene. I fuochi d'artificio stonerebbero, bastano pochi eccellenti sapori. E il colore, ecco, il colore ci è rimasto impresso.
Alkimia C/ Indústria 79 Barcellona tel. 932076115
|
|