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Undici mesi, quasi un anno insieme. Si festeggia! Come promesso, proviamo il Liberty di Provenzani. Abbiamo aspettative, stiamo in guardia ma siamo in buona, per noi è festa. Siamo magnanimi, bendisposti, sorridenti. Ebbene, non ne hanno approfittato per niente.
L'accoglienza Ci fanno accomodare nel bel soppalchino, in tavolo d'angolo. Apparecchiato, col pane e un pinzimonio di verdure ben assortito. Ci offrono qualche bollicina di aperitivo, e un cameriere cordiale e simpatico (una copia dell'esilarante Jeffrey, il maggiordomo del Principe di Bel-Air) ci porge i menu. Senza prezzi, quello di lei. Stiamo a dibattere, finchè torna un altro cameriere a dirci che c'è stato un problema con le prenotazioni, e se possiamo cambiare tavolo. Ci collocano in un tavoletto vista cucina e bagno. Il tavolino dove stavamo prima diventa un quattro posti, ma una coppia arrivata dopo di noi si è accomodata nell'altro due posti nel soppalco. Abbiamo smesso di sorridere. Dopo dieci minuti ci riportano pane, acqua e menu. Dopo un quarto d'ora prendono le ordinazioni, e chiediamo una variazione al menu degustazione. "Sissi certo si può fare" dice il tale, sbirciando se il secondo cambiato ha lo stesso prezzo di quello rifiutato. Ma cosa guarda, se senza dirci niente ci ricaricano di due euro i menu? Nota positiva, il sommelier brillante, pronto e professionale, che ci conduce su un ottimo Zibibbo secco.
Si mangia Due menu degustazione, noi scegliamo quello di terra. Antipasto, lo sformatino di fave e cicoria con lardo e crostini caldi. Ottima la terrina di verdure, anche se a splendere è stato il lardo. Pieno, tagliato al giusto spessore e tanto. Forse troppo, persino, ma proprio buono. Appena tre i pezzettini di pane tostato, non indimenticabili. Ottimo antipasto, ma visto che ormai eravamo incattiviti, notiamo che una delle terrine è sbeccata di fresco e crepata per tutta la lunghezza. Niente paura, il cameriere lo farà presente... Mentre attendiamo il primo sbocconcelliamo il pane. Delle ottime gallette calde con cipolla (o cipollotto), qualche focaccia, e tanti minipanini al cipollotto, o porro, o secondo Maricler al cavolo. Il punto è che erano sapidissimi. Troppo sapidi! Rubavano sapore alle portate, e dopo un po' risultano faticosi, stucchevoli. Intanto comunque arriva il primo. Ravioli saraceni al bitto e verze stufate su vellutata di patate al tartufo. I ravioli sono crudi, la coroncina scrocchia sotto i denti, e il ripieno non riesce a fare gruppo col condimento. Un mare di vellutata di patate con un odore lontano e diafano di tarufo. Finiti i ravioli, il mare di condimento a specchio nel piatto ha fatto la sua figura a colpi di cucchiaio. I secondi, il baccalà mantecato alla vicentina con cimette saltate, porri e carciofi fritti per Maricler, e altri carciofi a ripieno del mio spinacino di vitello con tortino di polenta e taleggio. Un ripieno davvero troppo stopposo, in carne davvero troppo cotta. Un piatto che riempie la bocca e sigilla lo stomaco. Ho provato anche il piatto di Maricler e lei stessa mi conferma l'impressione: gustoso, ma inondato d'olio. Nel fritto, e nelle cimette abbruttite di salse. Cimette che invece che alleggerire il piatto ne complicano l'equilibrio. Il dolce è alla carta. Un cono alle nocciole con crema al mascarpone su salsa al gianduja e caffè per Maricler e un tortino morbido di ciccolato fondente cru guanaja su crostatina di pere calda e gelato alla crema, per me. Ottimo il gelato! E buono anche il tortino, anche se poco cioccolatoso. Così così il cono, che aveva una bella consistenza ma anche là un gianduja e caffè qualsiasi. Caffè a fine pasto disdicevole.
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Uno di quei locali che ora stanno qua, sui cento euro in due, e domani magari saranno lassù, su altre cifre che rincorrono il talento dello chef. Andrea Provenzani dirige la brigata, gira per la sala, è indaffarato con la sala piena ma dà un'idea di sana concentrazione. Ha scelto materie prime ben curate ma poco pregiate, per dare preparazioni sicure e ricercate a un prezzo accessibile. Qualcosa però deve essergli scappato di mano. Lasciando le pecche del servizio (anche un bicchiere scheggiato...), i piatti vengono fuori dalla cucina promettenti ma tarati. Un menu così, preparato da lui per la metà delle persone forse sarebbe stato soddisfacente. Invece i tavoli richiedono una velocità e un numero di mani che forse ancora non si riesce a gestire. Non ci è rimasto nulla in mente. La cucina, la gastronomia sembra venga lasciata in disparte, rispetto all'esigenza di una serata di chiacchiere. Ma per le chiacchiere io faccio l'aperitivo. Se vado in ristorante voglio mangiare bene, emozionarmi, stupirmi o sospirare almeno una volta. Vorrei che chi mi porge i piatti me li descrivesse, anche alla svelta. Che non mi freghi il piatto da sotto quando ho ancora il cucchiaio in bocca con l'ultimo boccone (per due volte). Che non mi informi sorridendo che "ragazzi, le posate sono d'argento, ma suona l'allarme se escono dal locale". Che ridere. Tutte cose perdonabili, che non toccano una buona cena, quando la cena è buona. Invece è stata buonina. Appena buonina. Piena di bachi, come una mela pestata che addenti ma devi stare in guardia a evitare quel bottoncino, quel punto un po' marcio, e alla fine era dolce, la frutta fa bene, ma la spari nel secchio a metà perché non ne puoi più. Non ne potevamo più. Abbiamo chiesto il conto (due volte), e ce ne siamo andati con un'espressione corrucciata. Senza nemmeno la spensierata ciacola di chi esce da un locale orribile. Al Liberty solo delusione e fastidio. Magari cambierà, magari possono capitare buone serate, magari ci ripasseremo, ma è una cosa a cui non vogliamo pensare per un bel po' di tempo.
Il Liberty viale Montegrappa 6 Milano tel.02.29.01.14.39 www.il-liberty.it
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