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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
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Quando abbiamo scoperto che nonostante fossimo sotto ferragosto lo Chateaubriand ci avrebbe preparato la cena, eravamo felici. La Gazzetta e altri papabili se ne stavano in ferie per tutto il mese, e ci è rimasta l'occasione di provarli nelle prossime visite. Tanto noi da Parigi non stiamo lontano mai troppo a lungo. Quindi stavamo per provare la banda di baschi di Inaki Aizpitarte. Uno dei cinque-sei più celebrati bistrot gourmand della città. Per una quarantina di euro avremo provato ispirazione culinaria, trovate e tecnica, in un locale dedito al cibo solamente. Il curriculum potente, staff accattivante e allure parigina. A fine cena però ha prevalso la delusione.
Un bistrot dai tavolini in nudo legno, su cui sbattono sopra piatti e posate. Senza tovaglia. A Parigi si può, anche se la posata usata non viene sostituita e fa una certa impressione lasciarla sul piano. Sala unica e dall'aria vissuta, camerieri giovani e sorridenti, in un'atmosfera professionale e ridanciana. Si sta bene, ci manderei giovani amici e vecchi zii con la stessa tranquillità. Si stappano bottiglie, si riempiono decanter, si affettano grossi pani. Tutto davanti a noi, come la cucina che è a vista nel senso che la porta rimane aperta. E per andare in bagno praticamente ci entri in cucina. Parigi, va bene così. Si parte col cibo, con un menù fisso e uguale per tutti (salvo allergie...) descritto su un foglio stampato al momento. 43 euro, per 5 portate dai nomi promettenti. Bello! Di qui in avanti perdonerete una certa approssimazione sulla descrizione dei piatti. Tra francese, inglese, e accenni di spagnolo, pure qualche ingrediente ci è sfuggito ancora.
Ci si fa la bocca con una odiata zuppetta (amata da Maricler) di fish tofu e mela verde. Iniziamo a entrare nel gusto scomposto e aggressivo della cucina. Gusti decisi, richiedono impegno, concentrazione. L'atmosfera comunque è piacevole, e i piatti si giovano dell'ambientazione. Il resto è una ciotola dagli scoppiettii di cetriolo, anice e peperoncino, in un lago smeraldino. Interessante, buono, puntuto. Poco, per mia fortuna che non amo le bagnette, ma una ciotola così tagliente va servita in tazza piccola. Facciamo onore al pane, ottimo in italia e discreto essendo in Francia. Abbiamo già seccato un cestino quando arriva l'entrée, tre francobolli di tonno rosso circondati da ottime verdure, radici per lo più, al vapore, scottate, e dominate dal sentore di pesca. Ottimo, scomposto e cangiante, ma ottimo.
Dosi da degustazione a quindici portate, non a cinque. Siamo affamati e giustiziamo un altro cestino. Il plat di pesce è un trancetto di pesce bianco con frutti di mare vari. Ci innaffiano il pesce col liquido di cottura della coquillerie. Un'altra zuppetta, ma buona, circondata da verdure che scambiano il dolce con l'acido, boccone dopo boccone. Tre bocconi in tutto, ma interessanti. Un altro piatto di testa, piaciuto, apprezzato, brillante, ma forse poco seducente.
Viande, ossia carne, in stile con lo staff. Porco iberico, tre piccolissime fette di maiale, accompagnate da un puré di melanzane affumicate. Buono, non indimenticabile, appena un assaggio, ma buono.
Due plat, e due entrée, e siamo ancora affamati. E non abbastanza estasiati da perdonarli. Anche perché con dolce e formaggio è la stessa linea concettuale. Maricler prova la spuma di chantilly con frutti rossi. Ossia un'aria di chantilly con qualche frutto in fondo alla ciotola. Il mio formaggio basco è una fetta sottile, tagliata per tutta la larghezza della forma, e poggiata sul piatto. In cima, un mini gessetto di cotognata. Deludente. Fa niente, confesso che l'avevo scelto perché speravo di saziarmi un po'.
Sì che siamo due mangioni, ma non ci era mai successo di uscire così affamati da un ristorante, dove in più ci attagliavano loro il menù. Nemmeno con le dosi leggere da pranzo di lavoro. Per il resto, buonino, ma non impressionante. Nemmeno memorabile. Magari ci torno, ma con la giusta aspettativa.
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Una cena di grande soddisfazione concettuale. La soddisfazione de panza invece è stata mortificata da dosi da assaggiatore. La calibratura leggera delle tavole francesi, che tanto apprezziamo, qua ha avuto un'interpretazione restrittiva. Mettete in conto un bel kebabbino, nella passeggiata del dopocena. Vero che in posti così si va per un'esperienza culinaria, per provare, sperimentare. Fatto è che anche a pensarci su ci è mancato il batticuore.
Come una sfilata di idee, di aforismi, privi di legame narrativo. Stiamo andando sulla iper-elucubrazione, ma le sensazioni organolettiche purtroppo sono rimaste appena accennate. Dieci sapori in due cucchiaiate possono colpire, esaltare, stimolare. Ma lasciano la gioia incompiuta.
Si può fare diversamente, salendo e scendendo di pedigree. Due esempi, per esempio. Una cucina traboccante di idee e gusti, acidi e dolci, piccanti e vegetali, è quella di Ze Kitchen. Con Kja e Leo abbiamo provato il più classico di entrée-plat-dessert, a pranzo, e ne siamo usciti soddisfatti. Con un polpo su pomodori allo zenzero, capperi e profumi asiatici che ricorderò a lungo. E le moeche fritte, circondate di salse alla curcuma, al mango. Un'esperienza che mischia Francia, mediterraneo e sensazioni asiatiche. Non per tutti i giorni, e può anche non piacere, ma a pranzo fa 40 euro e qualcosa da ricordare. Se ne esce soddisfatti e non satolli, pieni il giusto sia noi mangioni che persone più morigerate. Tornando ai bistrot, uno che senza essere Gigi il troione fa stare bene è l'Ebauchoir. Carne, vino e chiacchiera. Approfondiremo presto.
Le Chateaubriand 129 Avenue Parmentier Paris 0033 143.57.45.95
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(Il titolo è tratto da una canzone trovata in rete )
A Parigi abbiamo saccheggiato i ristoranti etnici: da una parte perchè nelle grandi città all'estero è più facile trovare locali etnici che possano davvero essere definiti tali, dall'altra perché è stata una buona occasione per testare cucine mai provate qui in Italia.
Incuriositi e consigliati da Kja, la nostra guida (per nostra sfortuna per lo più assente) parigina, abbiamo provato il Rimal, un ristorantino libanese in zona di Saint Germain. Il locale non è molto caratteristico, si presenta quasi neutro, con tavolini chiari e pareti bianche, assomiglia di più a un fast food curato che a un ristorantino etnico. Il personale è gentile e parla inglese (nota eccezionale data la media di quanti non parlano inglese a Parigi, e non parliamo della capacità di intavolare una discussione sulla clonazione ma semplicemente del cosidetto surviving English, quello che ti insegna a dire upstairs e downstairs per capire dove devi andare, right e left, one, two and three and so on: davvero non comprendo perché noi italiani stiamo sempre ad additare le nostre mancanze linguistiche quando intorno a noi è anche peggio), e c'è la possibilità di fare take away. C'è la possibilità di scegliere alla carta o di prendere delle assiette composite: la prima volta abbiamo scelto quest'ultima opzione, la seconda abbiamo scelto dei piatti dal menu e in ogni caso la spesa è bassissima. Abbiamo ordinato un Mixed Chawarma: straccetti di manzo e pollo marinati e grigliati, serviti con hummus, taboulè, cetrioli cotti. La carne è deliziosa, speziata con mano leggera e morbida; il taboulè è verdissimo come deve essere (e come io non amo), l'hummus è morbido e sesamoso al punto giusto. Fabrizio ha preso invece un'Assiette Rimal: caviale di melenzane, hummus, falafel, taboulè, Sanbusak (Fagottini di carne di agnello), Makanek (salsiccine speziate al coriandolo e cumino), Rikakat (sfoglia farcita con formaggio, menta e altre spezie). Non ci siamo fatti mancare le loro patate al forno, agliosissime e speziate. Come dolci dei baklawa con pistacchio e alle noci, davvero dolcissimi, che per me non è un difetto ;)
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In due si spende sui 30€, bevande incluse. Il Rimal è un buon modo per avvicinarsi alla cucina libanese, per approfondire magari potete proseguire qui: è una cucina che conosciamo poco, ma stiamo rimediando: sotto suggerimento di Kja abbiamo acquistato il bellissimo libro di Claudia Roden, La cucina del Medio Oriente e del Nord Africa (sempre Kja ne ha parlato qui), che ha ulteriormente arricchito la nostra biblioteca culinaria. Stiamo sfogliando il libro qualche pagina alla volta, è un libro denso di racconti, molto ricco, alleggerito da poesie e miti, pieno di ricette, per cui la prossima volta saremo più informati 
Rimal 109, Boulevard St. Germain 75006 Paris Tel. (033) 01.46.34.10.20 www.rimal.fr
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A Saint-Malo, in pieno centro, in una stradina un pochino defilata, di quelle tranquille dalle belle vetrine eleganti, c'è una piccola creperia, Le Petit Crepier (il piccolo venditore di crepes). In estate c'è qualche tavolo fuori, altrimenti ci si siede dentro dove l'aria condizionata non c'è ma non è un problema, con l'aria fresca che proviene dal mare. I ritmi nella creperie sono lentissimi: c'è una sola signora, che serve e prende le ordinazioni (saranno una trentina di coperti), parla a bassa voce, è gentile, ci parla in un francese dolce e all'occorrenza improvvisa uno stentato inglese per ringraziarci della nostra presenza e augurarci buone vacanze. L'attesa non ci disturba, la Bretagna è un luogo davvero rilassante, dove sembra non esista spirito di sopraffazione, e anche il pensiero tutto italiano che l'altro stia lì lì per fregarti, gettarti fuori strada, prendere il tuo posto nella coda viene meno. Il posto serve unicamente galette, ossia delle crepes a base di farina di grano saraceno, e crepe dolci: con carne, pesce e verdure le prime, e gourmandes, al miele, classiche o con il gelato le seconde. La prima sera scegliamo una Galette St Jacques sur fondue de poireaux: i porri sono saltati in padella e mescolati con qualche goccio di panna, le capesante sono cotte alla perfezione, morbide, succose, e la galette è eccezionale. Io, in astinenza da carne, scelgo la Galette andouille de Bretagne à la confiture d'oignons: una galette semplice con il ripieno, di marmellata di cipolle rosse, meno dolci di quelle italiane, e di andouille, un tipo di salsiccia bretone che utilizza intestino e stomaco del maiale. Andouille significa anche stupido, incompetente in francese: sempre secondo wikipedia poi, dall'andouille discenderebbe la Nduja calabrese, con cui però non condivide la piccantezza. Cmq, l'andouille è ottima, vista intera nella sua dimensione originaria di salsicciotto non ha un aspetto eticamente accettabilissimo, ma è buona.
Come dolci per entrambi una crepe caramel au beurre salé en chaud et froid: una crepe perfetta, con caramello al burro salato in caldo a farcire la crepe e in freddo come gelato a decorare la crepe, con croccante di noccioline. L'apoteosi della crepe... Sarà anche la scoperta di quel caramello salato, tipico della Bretagna, mai sentito prima e subito diventato una droga.
Torniamo la seconda sera, e Fabrizio riprende la galette coi porri e le St Jacques, gli era piaciuta troppo. Per me invece una galette nuova, con Gesiers de canard confits e vinaigre de framboise: la galette accoglie un ricco piatto di misticanza, con ventrigli di anatra confit e vinaigrette di lamponi a condire il tutto. Magnifica anche questa.
Come dolci, beh, è un capitolo imbarazzante. Diciamo che con le nostre ordinazioni abbiamo contribuito alla ridefinizione del tipico turista italiano nell'imaginario della Bretagna (ma anche a Parigi abbiamo dato il nostro contributo). Pensavamo fossero semplici crepes, invece al nostro tavolo arrivano, lentamente, un bicchiere gigante contenente una crepe a forma di cono farcita per Fabrizio, e per me una crepe cilindrica sul cui fondo era adagiato un tortino di cioccolato fondente e zenzero. Il cono di Fabrizio, tanto per rimanere leggeri, era farcito con cioccolato, biancomangiare, groseilles (ribes) e glassa al cioccolato fondente. Se ordinate un cornet de crepe ora sapete cosa vi arriverà. E se lo ordinerete sapete che potrete essere facilmente additati come i soliti turisti italiani mangioni!
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Con una quarantina di euro in due si mangiano galette (salata) e crepe (dolce), e si beve: è presente anche una selezione di sidri, bevanda alcolica a base di mela tipica della Bretagna. La permanenza all'interno del locale è piacevole, i piatti sono degni di nota e rivisitano in maniera originale e gustosa una preparazione classica come la galette. Il servizio è lento, ma cortesissimo e attento, e la lentezza in vacanza e in Bretagna sono solo sinonimi di calma e tranquillità.
Le petit crepier 6, Rue Sainte Barbe 35400 Saint Malo Tel. (0033)02.99.40.93.19 http://www.chez.com/lepetitcrepier/
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 Foto presa in prestito da In praise of Sardines
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Chiudiamo la nostra visita di Barcellona con Pinotxo: il simpatico, smaliziato, rapido Pinotxo (il titolare si chiama Juanito, ma noi lo chiamiamo così) che presiede da anni il suo chioschetto al bellissimo mercato della Boqueria. Ci eravamo ripromessi di andarci dal nostro primo viaggio a Barcellona, ma questa volta la gastroenterite mi ha risparmiata (almeno quel giorno, perché invece l'ultimo mi ha costretto in albergo a mangiare Jamon Iberico... Non vi faccio un po' pena?).
Pinotxo si trova all'ingresso della Boqueria, sulla destra a pochi metri dal corridoio centrale: è piccolissimo, all'apparenza lurido e affollatissimo. Ci sono pochi sgabelli, tutti occupati, e ci tocca fare la fila, fortunatamente con poco imbarazzo degli avventori che saranno abituati a desinare con persone che li considerano degli affamati cronici che mangiano troppo, che li fulminano con lo sguardo se ordinano anche solo un caffè e che li studiano la loro masticazione nei minimi dettagli. Non puoi fare altro, se non prendere dimestichezza con le nuche dei clienti. Nel frattempo studiamo i piatti: ovviamente non esiste un menu in un posto spartano come questo (è già tanto che corredino il piatto con delle posate): l'unica soluzione è farsi recitare il menu a voce, col rischio di trovarsi nel piatto un fico fritto con fegatini affogati nel sanguinaccio, visto il nostro spagnolo carentissimo, e noi non vogliamo azzardare così tanto. Spiamo i piatti altrui, e ormai questi altrui dovrebbero odiarci, ma i clienti di Pinotxo, come molti catalani incontrati, sembrano essere in pace con se stessi e con i mangioni come noi. Spiamo e chiediamo il nome dei piatti, memorizziamo e quando arriva il nostro turno li ordiniamo.
Quando ci sediamo Pinotxo ci porge delle tovagliette nere, due piatti e ci getta, un po' a caso, posate e pane: ordiniamo un piatto di Navajas (cannolicchi) che vengono assassinati da vivi direttamente sulla piastra, insieme a qualche liquido misterioso. Buonissimi. Continuiamo con dei magnifici Chipirones (calamaretti) con fagioli bianchi: senza tanta poesia, la scatola di fagioli precotti viene aperta davanti ai nostri occhi, e nello stesso modo il piatto viene asperso di topping "al sapore di aceto balsamico": il pesce però è freschissimo, e l'abbinamento calamaretti/fagioli è godurioso. D'ora in poi, Chipirones diventa la nostra parola-gioco del giorno. Mangiamo dei funghi (quali, boh), cotti in umido, vanno bene. Concludiamo con dell'onesto capretto impanato e fritto, così per rendere omaggio all'amore che ha trasportato Fabrizio verso il KFC a Parigi...
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Mangiare da Pinotxo, in un mercato come quello della Boqueria, è un'esperienza culturale interessantissima: ti permette di osservare le abitudini mangerecce degli avventori da vicino-vicinissimo, di conversare con i clienti in fila in modo rilassato, di avere un contatto con il titolare e con il cibo in modo molto spontaneo. Dal punto di vista culinario, è onesto e non fa di più di quello che mostra (e non di meno, visto che i nostri stomaci non hanno subito colpi sinistri): pesce e prodotti freschi del mercato e il problema di cotture più lunghe o elaborate viene risolto aprendo una scatola di latta. Va bene anche questo, se poi si sta bene in quel posto. E noi siamo stati benissimo.
(Non oso immaginare un posto come questo a Milano, e non mi azzardo a pensare ai sistemi perversi che i meneghini potrebbero usare per ordinare le fila e gli appetiti. Forse qualcosa come un: "TU MANCIAAAAA?!?" di fantozziana memoria...) Conto finale: 47 €.
Pinotxo All'interno del mercato de la boqueria Plaça de la boqueria A sinistra della Rambla Capuxins, andando verso Plaça Catalunya, all'altezza dell'89 bis Barcellona http://www.boqueria.info/Esp/index.php
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 foto dell'"insegna", rubata su internet
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Visto che non potevamo chiudere la cronaca barcellonese con un ristorante giapponese, ne parliamo ora, a lanciare la volata a Pinotxo. Bene, non era nostra intenzione provare un giapponese in terra di Spagna, ma ci eravamo tirati giù l'indirizzo casomai ci fossimo trovati in zona (pieno centro), e avessimo da smaltire bagordi (o avessimo intenzione di farne in serata). Dunque, magicamente il primo giorno intero a Barcellona ci ha invitati a un pranzo leggero allo Shunka, in vista dell'impegno serale al Racò. Finite le scuse, e visto che non ammetteremo mai di esser stati là perché sbaviamo su un po' di sushi ben approntato, dobbiamo dire di esserci informati bene.
Lo Shunka non ha nemmeno l'insegna fuori. Il locale assomiglia a un ristorante europeo, ci potrebbe stare un forno da pizzeria al posto del bancone del sushi. Né design e né orpelli etnici. Bene. Avevamo letto che è il giapponese dove mangia Adria' quando è a Barcellona. Non saprei, di "ristoranti dove va a Adria'" a Barcellona ce ne sono quanti i pezzi di legno della vera croce. Non saprei, ma se non c'è mai stato, glielo raccomandiamo noi.
Scopriamo solo a panza piena che l'amato chirasci non è in carta ma lo preparano lo stesso... E vabbe' e che vi costa? Un rigo in menù. Fa niente. Abbiamo preso dei tekkamaki, un iwashi sashimi (di sardine), due zuppe di miso, un sushi moriawase (misto, specialità della casa) e gli Shunka maki. Buoni i tekkamaki, e discreto il sashimi di sardine, freschissime, servite su un letto di ghiaccio. Ma iniziamo a gongolare con la zuppa di miso. Delicata, con i suoi cubetti di tofu e le alghe, ma soprattutto profumata. L'equilibrio contro l'arroganza dei sapori bruschi, il marchio della casa. Il Sushi, che di solito non adoro, qua allo Shunka invece è imperdibile. Il riso è acidulato con leggerezza, quanto serve a allontanare il sentore di chicco bollito e scotto, ma senza farlo sembrare caramellato. Forse un riso migliore di quello dello Shokugi Tei, ma meriterebbe un approfondimento di esperienza. Il pesce perfetto, e non ci saremmo aspettati di meno a Barcellona in un posto tanto blasonato, completava il capolavoro. I miei Shunka Maki invece ci riportano alla cucina. Lo stesso riso meraviglioso, in una serie di variazioni di cui ho perduto il ricordo. C'era l'avocado e qualche salsa, ancora una volta in equilibrio pieno e non aggressivo. Il migliore omaggio, fra quelli che abbiamo incontrato, alla bianchezza e alla crudità in cucina.
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Tant'è vero che abbiamo allungato il passo per un piccolo assaggio di Toro sushi, con ventresca di tonno. Morbidi di grasso marino, straordinari. Lo Shunka ci ha ricordato la possibilità di una cucina, di un cuoco, di una mano oltre la routine anche nella cucina tradizionale giapponese. Abbiamo la fortuna di avere a due passi da casa lo Shokugi Tei, a Milano, e non ce ne lamenteremmo mai. Allo Shunka però si ha un'idea di ristorazione semplice e concreta, invece di "una buona cucina giapponese" lì a trenta metri dalla Catedral si mangia "la cucina dello Shunka". Il resto lo fanno camerieri giovani, sorridenti e pazienti con chi non parla spagnolo né - ehm - giapponese. La raccomandazione è di prenotare, assolutamente, e di chiedere un posto al banco. I sushika con gli aiuti, quattro, e dietro il friggitore, il risaiolo, lo zuppiere e il galoppino con l'altra cucina, lavorano davanti a voi senza ostacoli in mezzo. Si assiste live allo spettacolo di tecnica e virtuosismo, disciplina e pulizia. Manca il sito internet, tocca telefonare. Ma se l'idea era ti fare un salto a un Taller de tapas o a un Txapela, magari un'escursione qua lascerà ricordi migliori. A un prezzo, per qualità e offerta, di sicuro inetresse. Insomma, 60 euro in due, in un giapponese così, dove li spendereste?
Shunka calle Sagristans, 5 bajos Barcellona tel.0034.93.41.24.991
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10/09/2010 @ 13.43.48
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